Hanno Scritto

Roberto Maragliano, nell’introduzione di Guida alla musica, sottolinea come il libro si proponga lo scopo di “elevare il grado di consapevolezza teorica del docente”, nella consapevolezza che solo così si può tentare “un approccio intelligente ma anche ‘giocoso’ alla musica”.

Augusto Fasola, sempre a proposito di Guida alla musica, valorizza il carattere innovativo del testo (“Gli spunti culturali sono interessanti e criticamente innovativi”), capace di fornire ai docenti “gli strumenti conoscitivi e didattici idonei a evitare di cadere nel conformismo e nella impotenza”, mentre Luigi Onori elogia lo sforzo compiuto di “storicizzare sensi e messaggi che, invece, si sogliono dare come dogmatici ed univoci”. Umberto Padroni giudica Guida alla musica, “agile e di notevole peso specifico, fittamente integrato nel testo da una documentazione di qualità”. Franca Cella ritiene che Guida alla musica sia “un libro stimolante per giovani persone colte, dove i flash riassuntivi non sono bignamini ma schemi per ripercorrere a ritroso la parabola d’una problematica e per affrontarvi aperture oggi indispensabili”. Rosy Moffa osserva come in Guida alla musica “la trattazione è condotta secondo un percorso che, di citazione in citazione, collega Nattiez e Ruwet, Kneif e Adorno, Hanslick, Parente, Fubini, Mila, Stravinskij e Boulez”. Rosalba Deriu ritiene utile la lettura di Guida alla musica perché essa consente di ricostruire “lo stato attuale del dibttito intorno ai problemi dello statuto disciplinare della musica (la questione del significa e il rapporto della musica con la linguistica e la semiotica in particolare) e della situazione attuale dell’insegnamento musicale.Battista Quinto Borghi reputa “pregevole” Guida alla musica e trova che il libro costituisce uno sforzo per fare della musica un “oggetto della ragione. Lo strumento di approccio ad essa non è perciò l’istinto, l’estro, l’improvvisazione spontanea, ma l’analisi, la sintesi, la ricerca di soluzioni tecniche, l’organizzazione del materiale sonoro e delle strutture”. Mariangela Mianiti, a proposito del testo Guida alla musica:, su “Il Giornale della musica”: “…Ma il merito di questa guida non è tanto quello di dare risposte definitive o di scavare nel profondo di ogni questione, quanto piuttosto quello di porgere un panorama abbastanza preciso ed esauriente delle problematiche e dei metodi di lettura della musica. Un testo che stimola, e che spinge a saperne di più, anche se - come dice l’autore stesso - ‘spiegare la musica è anche tradirla’”. Alessandro Cremona, di Guida alla musica su “Riforma della scuola” ha detto essere questo libro una “…consapevole indagine su significato e finalità della disciplina musicale, colta nelle sue implicazioni pedagogiche e scolastiche. Ma se pure è esauriente il ventaglio di problematiche (e problematizzazioni) che setacciano queste implicazioni, a partire dalla storia dei programmi di educazione musicale in Italia e al loro commento, dall’analisi delle didattiche più aggiornate della disciplina, alla classificazione degli obiettivi della programmazione e infine alle diverse tassonomie applicabili, proprio tale compltezza coinvolge problematiche più ampie sul significato profondo della musica come ‘linguaggio’ e come parametro culturale impossibile da tracurare nella formazione concreta dell’individuo…”.

Antonio Errico, a proposito de La musica negata, ha elogiato la “rigorosità dell’impianto metodologico”, che viene corroborata da una esigenza interiore che “si esprime mediante la passione che attraversa e caratterizza le tematiche. l’accostamento ad esse non è neutrale: il punto di vista è determinato da situazioni di natura emozionale (ma non istintiva”.

Renato Minore, che mostra d’apprezzare il taglio critico dato da Salvatore Colazzo nella lettura de Il Pendolo di Foucault sulla rivista “Mass media”, elogia l’intuizione di illuminare “la natura congetturale del romanzo che, mentre si fa, si osserva come nasce, cresce e si costruisce, proprio grazie al compute, memoria minerale, oggettiva, ubbidiente, irresponsabile, trasistorizzata, così umanamente disumana”.

Domenica Lanuzza, recensendo per “Quotidiano di Lecce, Brindisi, Taranto”Il linguaggio sonoro e l’educazione musicale, ha scritto: “…Questo libro offre numerose sollecitazioni e stimoli utili a quel docente sensibile a raccogliere le suggestioni che vengono fuori dalla lettura del testo, indicate peraltro da alcune proposte operative che corredano i singoli capitoli da realizzare in classe, per rendere efficace il passaggio da un insegnamento modellato su schemi preconfezinati intuitivamente, ad uno razionalmente fondato”.

Giuseppe Addamo, in una nota inedita, a proposito di Sonde. I media, la cultura, l’arte nella civilità postmoderna: “…Un aspetto particolare, ma tutt’altro che marginale, qui, ci pare importante rilevare: il gusto e l’emozione dello scrivere, al di là delle stesse tematiche, che è un modo autentico di coniugare ‘logos’ e ‘eros’: nel mutare in concetti l cose, Colazzo scommtte le sue capacità di scrittura (…). In altri termini, ci pare che il saggio di Colazzo non si limiti ad illuminare, ma vuole splendere, secondo la distinzione di Tommaso: la luce stat in ipso e non è che accidentalmente aaservita alla funzione della conoscenza, in rem exteriorem…”.

Donato Valli, commentando l’uscita del saggio su Federico Mompou per la Rivista Internazionale di Musica Sacra, ha elogiato “la puntualità del lavoro” e, soprattutto, “la chiarezza espositiva invitante anche per un non addetto ai lavori” (Lettera privata, 29 maggio 1998). Mario Marti, sempre a proposito della medesima circostanza, giudica il lavoro “meditato e completo” e apprezza la “precisa bibliografia” (Lettera privata, 4 settembre 1998).

Riccardo Notte, sottolineando l’apporto della sua collaborazione alla rivista “Mass media”, ha osservato come questa si sia esplicitata soprattutto nel tentativo di delineare “il destino del libro” ed i “rapporti fra scrittura tradizionale e videoscrittura” (R. Notte, Breve sintesi di tredici anni, in Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, La collezione e le carte della rivista Mass Media, Giunti, Firenze, 1996, pp. 11-13).

Giovanni Invitto, commentando l’uscita de L’intervista sul tarantismo di Georges Lapassade, “…tra le cose belle prodotte da te e dal tuo gruppo, ho ricevuto l’intervista di Lapassade sul tarantismo. L’ho molto apprezzata per la profondità e serietà delle argomentazioni, contro un uso da supermarket dell’argomento. (…) Mi auguro che il testo sia letto e valuto per il valore scientifico e per la fecondità dei concetti presentati. (…) Il tuo livello non ha mai subito cedimenti di stile.” (Lettera privata, 18.10.1994). A proposito de La dolcezza dei seppelliti Invitto ha parlato di “felice interferenza tra lo strumento narrativo e l’intenzione filosofica” (Lettera privata, 13.1.1992).

Franco Donatoni, dopo la lettura di alcuni suoi lavori, “…ho letto le tue cose con vero interesse e quanto all’inedito poi… dici così bene quello che in tanti anni non sono riuscito a verbalizzare convenientemente… e pensare che al tempo di Questo la sconvolgente (per me) epifania della materia verbale aveva rafforzato e rassodato le allora neonate (nuove) esperienze (per me) sulla materia grafica delle note tanto da farmi diventare assoluti e intollerante!” (Lettera privata, 20.8.1988).

Umberto Eco ha così commentato la recensione del Pendolo di Foucault apparsa su “Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto”: “Leggo al ritorno delle vacanze la Sua recensione. Non so se il mio sia un buon argomento, ma se il Pendolo l’avesse scritto un altro, l’avrei recensito così” (Lettera privata, 6.1.1989). Ricevuto un ampio e articolato saggio sempre sul Pendolo, così si esprimeva: “…grazie per la gioia che dà a un autore sentirsi letto intus et in cute” (Lettera privata, 7.2.1989), e, una volta uscito, ampiamente rivisto, in un volume collettaneo, ha avvertito l’esigenza di segnalare il suo gradimento per la serietà delle argomentazioni contenute. “Volevo dirLe quanto ho apprezzato questa nuova versione del suo saggio sul Pendolo che a parte il piacere, mi ha dato anche molte idee”. (Lettera privata, 29 novembre 1991).

Gino Pisanò: “Ti leggo spesso su ‘Quotidiano’ e ogni volta mi si conferma sempre più l’idea che tu sia fra i migliori studiosi salentini. Assai pochi, invero, ché spesso improntitudine, velleitarismo provinciale, cialtroneria sono ministri di scrittura (critica o creativa che sia)” (Lettera privata, 25.8.1992).

Piero Antonaci nell’articolo Fuga per parole dedicato ai lavori di Salvatore Colazzo su Donatoni, ha ritenuto di individuare alcuni punti fondamentali della sua scrittura saggistica. “…Questa struttura a sfere metaforizza il procedere della scrittura di Colazzo in questo e in altri suoi lavori. Nella lettura, cioè, si avverte la sensazione che la frase, materialmente, stia sfiorando una questione non scritta mentre quella scritta ha trovato compimento. La scrittura si depone e si appaga e al tempo stesso va alla deriva, defluisce da una crepa laterale che inavvertitamente l’atto della scrivere ha aperto. Un’arte della fuga per parole, dove la frase trabocca e va a formare quella successiva oppure un altro punto del saggio o una frase o una pagina di un altro saggio”.

Francesco Iengo apprezza nei prodotti di Salvatore Colazzo “i segni di un’attività culturale seria, infinita, non provinciale e priva di complessi nei confronti di quanto si fa altrove” (Lettera privata, 11.12.1992).

Antonio Errico, recensendo La dolcezza dei seppelliti, nota come “nel racconto di Colazzo ad una figura-chiave di accordatore di pianoforti è legata una donna che per farsi rivedere (ri-vedere come sequenza di un processo di conoscenza) impone un patto (un metodo). Il desiderio di raccontare questa donna nasce quando lei si allontana. Tutte le donne del racconto si allontanano provocando un desiderio di narrazione. Ora, la volontà, la necessità di raccontare, per Colazzo nasce nel momento in cui si allontana da una teoria con la quale si trova a vivere, una teoria che aggredisce e mortifica il ritmo naturale dell’esistenza. Recuperare e riconquistare quel ritmo significa recuperare e riconquistare il senso della propria esistenza”.

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